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24 | 05 | 2017
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La corruzione spuzza PDF Stampa E-mail
Scritto da Paola Marino   
Sabato 15 Aprile 2017 14:31

La corruzione spuzza. Un nuovo saggio per combattere un male antico

Premessa. C’era una volta Tangentopoli e c’è ancora…

E non è un film

C’era un volta Tangentopoli,

e c’è ancora…

La corruzione ha solo cambiato nome: puoi chiamarla Expo 2015, scandalo Mose, Onorata Sanità, Mafia Capitale…

La giurisprudenza ha da tempo messo in luce l’intreccio inestricabile tra metodo mafioso e sistema corruttivo.

Sebbene i giudici abbiano avuto occasione di studiare gli effetti di questo perverso groviglio tra clientelismo, reato-contratto, minacce tacite alla burocrazia e complicità del sistema politico con le consorterie criminali al fine di soggiogare l’interesse pubblico per asservirlo ad interessi privati, alcuni tra gli esponenti del mondo giudiziario, messi nella condizione di poter fungere da legislatori e “controllori della correttezza amministrativa”, hanno intuito che occorreva abbattere l’ostacolo, prima ancora di varcarlo, prima ancora di affrontare col bisturi la “patologia incancrenita” del nuovo sistema corruttivo-mafioso, anche grazie ad un’efficace opera di prevenzione.

Il Coordinatore della Commissione ministeriale per l’elaborazione di misure di prevenzione della corruzione, Roberto Garofoli, ebbe cura di sottolineare, nella relazione sulla prima legge anticorruzione italiana, illustrata nel corso del Convegno “Il contrasto alla corruzione: le prospettive aperte dopo la legge 6 novembre 2012, n. 190, tenutosi in Corte di Cassazione il 17 aprile 2013”, come l’approccio del legislatore italiano rispetto a questo fenomeno fosse teso a coniugare la risposta repressiva con quella preventiva, anche attraverso una convinta diffusione di una cultura dell’etica pubblica.

Ma l’etica non si insegna a parole, si pratica con l’esempio, si vive negli atti e nei comportamenti di ogni giorno.

Non è neppure un approdo certo, ma una conquista continua, che deve fare i conti anche con la natura egoista ed autoreferenziale dell’uomo, il quale dice a se stesso: “L’importante è che le cose vadano bene a me, ai miei figli, a coloro che condividono i miei stessi interessi; i mezzi con cui ottenere un tale risultato possono essere anche poco ortodossi, in una parola: scorretti”.

Se abbiamo occasione di riflettere a sufficienza su questo inciso, dobbiamo concludere che questo modo di pensare e, correlativamente, di agire non è che l’estrinsecazione esasperata della tattica della “volpe e del leone”, avallata da un precedente letterariamente nobile, ma abusato: Il Principe del Machiavelli.

Affrancarsi da questo machiavellismo dell’azione non è semplice, in un Paese in cui lo sbocciare di tante speranze, quelle dei giovani che si affacciano al mondo del lavoro o delle imprese sane, che cercano di conquistare onestamente nuovi mercati, è avvilito da un vento crudele e tentacolare, insufflato ora dal familismo amorale, ora dall’accordo corruttivo per assicurarsi un appalto, ora dall’accordo di desistenza tra imprese di un cartello al fine di rendere inoffensiva la concorrenza, ora dalle pressioni mafiose al fine di approvare varianti urbanistiche che, in barba ai vincoli ambientali e paesaggistici, deturpano il territorio senza tregua con informi colate di cemento.

Poco prima che Tangentopoli deflagrasse in tutta la sua potenza, era uscito un film di Daniele Luchetti: Il portaborse, con due indimenticabili protagonisti-antagonisti, Silvio Orlando, un professore disincantato, e Nanni Moretti, un politico corrotto e senza scrupoli.

E’ incredibile, ma, ancora una volta, un’opera cinematografica (proprio come la letteratura) aveva antiveduto la realtà, allo stesso modo in cui un acquario riflette in maniera implacabile lo scenario che vi si agita dentro, essendo esso stesso parte di un mondo sommerso, di cui si percepiscono con chiarezza gli angusti confini, ma la cui consistenza è sfuggente, magmatica, opprimente nella sua implacabile chiarezza, liquida e, allo stesso tempo, ottusa quanto può esserlo un’acqua immota a tratti ondulata dal sondino erogatore dell’ossigeno e dai corpi colorati dei pesci e delle piante esangui, che vi si agitano dentro, rassegnati ad autoalimentarsi di un destino largamente già scritto…, senza scampo…

Anche in un acquario può disegnarsi la realtà predatoria, che muove e devasta il mondo, e la coesistenza di rapporti di forza così diversi non può che stabilirsi per l’imposizione di tacite connivenze: c’è il pesce che mangia per primo, quello che mangia per secondo, quello che impara a spartire, quello che si accapiglia invano…per una briciola da rubare…

Silvio Orlando è un insegnante di lettere, Luciano Sandulli, un pesce piccolo, che accarezza il sogno di metter su famiglia con la compagna Irene. Scrive romanzi ed articoli per conto di Sartorio, un giornalista dall’ispirazione inaridita, che lo presenta all’onorevole Cesare Botero (interpretato da Nanni Moretti, che è anche il produttore del film), Ministro delle partecipazioni statali, al fine di farlo collaborare con lui per divenirne, in definitiva, il portaborse.

Sandulli si adegua allo stile di vita di Botero: è il pesce piccolo che vive alle spalle di quello grande e, come Faust, firma una sorta di patto col diavolo per ottenere tutta una serie di gratificazioni materiali: molto denaro, il trasferimento della fidanzata nel miglior liceo della capitale, la ristrutturazione della sua casa, divenuta nel frattempo monumento nazionale, a spese del comune, una macchina di lusso in regalo.

Egli ottiene le sue briciole di soddisfazione, senza domandarsi da quale piatto cadano e quale prezzo stia realmente pagando per ottenerle. In realtà, per lungo tempo, non vuole domandarselo. E’ più comodo.

Grazie a un giornalista amico, Sanna, Sandulli scopre la reale natura di Botero: un politico aduso agli accordi corruttivi ed esperto altresì nel praticare un raffinato e sfuggente metodo concussivo, grazie ai quali si è procurato illecitamente, nel passato, anche voti, molti dei quali ottenuti, quindi, con brogli ignominiosi.

Durante lo spoglio elettorale delle nuove elezioni politiche, Sanna e Sandulli si recano al centro di elaborazione dati della Prefettura, apprendendo, con sgomento, che stavolta il risultato del voto, a differenza che in passato, è drammaticamente veritiero. Botero è rieletto onorevole e, con smaccata ipocrisia, si presenta trionfante in televisione, autoincensandosi quale paladino della legalità e della politica onesta.

Il Professor Sandulli è a un bivio: chiudere gli occhi e continuare ad ondeggiare nel brodo di coltura, che risucchia in un gorgo oscuro la sua anima, o uscire fuori dall’acquario, che gli assicura un’esistenza agiata e immoralmente sopportabile, sapendo che, in questo caso, sarà condannato ad un’agonia certa, lenta, irreversibile.

Sandulli sceglie, consapevolmente, di morire, credendo di non poter raggiungere mai il mare aperto.

Abbandona Botero, perde i privilegi, comincia ad agonizzare…

Comprende, con ripiegato senso di rammarico, che anche i suoi studenti si crucceranno un giorno, scoprendo di non poter realmente navigare in mare aperto, se non a patto di abbandonare l’Italia, un Paese ottuso, un acquario angusto per pesci ammaestrati.

In un orrendo e triste gioco delle parti, il Professor Sandulli si trasforma in un ricattatore, ed usa, paradossalmente, le stesse armi di Botero, rivelando ai suoi studenti maturandi i temi della prova scritta di italiano, grazie alle informazioni ottenute da Remo Gola, un uomo vicino al politico, in cambio del silenzio sul tentato suicidio di una collaboratrice dello stesso Botero, Juliette.

In questo modo, insegna loro a sopravvivere in un acquario, e rinuncia ad indicare loro il meno rassicurante orizzonte del mare aperto.

Contraddice, in questo modo, anche l’ultimo suo tesoro: la sua missione di professore, che non è data solo dal trasmettere nozioni, ma valori.

In quel momento, il Professor Sandulli muore del tutto.

E trasmette un messaggio asfissiante: l’impossibilità di scorgere un futuro altrove…

Muore anche in un altro senso: nella misura in cui dubita dei suoi allievi, della possibilità da parte delle giovani generazioni di maturare anticorpi capaci di sconfiggere un male antico e, per certi versi, pigramente accettato.

Esala, dunque, il suo ultimo respiro e prepara, in qualche modo, un destino di morte interiore anche per i suoi studenti.

Sì, perché l’importante, nella vita, non è morire fisicamente, ma non inaridire dentro, interiormente.

A volte, morire per un ideale può costituire un’incredibile affermazione di vita.

Ardentemente vitale fu la morte di Renata Fonte (è più di un ossimoro, è la realtà), una salentina eccezionale che si oppose strenuamente alla cementificazione di Porto Selvaggio, un’oasi marina sulla costa ionica pugliese, ricordata nel primo saggio scritto a due mani da Raffaele Cantone e Francesco Caringella: “La corruzione spuzza”, Tutti gli effetti sulla nostra vita quotidiana della malattia che rischia di uccidere l’Italia, edito da Mondadori, un vademecum indispensabile, che ricostruisce tutti gli scenari della corruzione (intesa in senso lato), e che è utile, quale riepilogo esemplare di molti scenari corruttivi, non solo per i tutori della legalità (magistrati, prefetti, ispettori del lavoro, funzionari pubblici) ma per tutti i cittadini, anche e soprattutto quelli da venire…

La corruzione spuzza. Un nuovo saggio per combattere un male antico. Da Tangentopoli a Expo 2015

Il titolo del saggio trae origine da una suggestiva frase di Papa Francesco: “La corruzione spuzza, la società corrotta spuzza e un cristiano che fa entrare dentro di sé la corruzione non è cristiano, spuzza” ed è stato scritto da due magistrati autorevoli, Raffaele Cantone, Presidente dell’Anac, e Francesco Caringella, Presidente di sezione del Consiglio di Stato, già protagonista della controversa stagione di Mani Pulite.

Perché controversa? : è una domanda che il lettore più giovane potrebbe legittimamente porsi.

La risposta è semplice da riassumere in poche righe, ma non da cogliere nella sua ambivalenza.

Quella che si annunciava, nel clima di allora, che io ricordo perfettamente, come una coraggiosa opera di “ripulitura” della classe politica della Prima Repubblica dalle incrostazioni della corruzione venne, anni dopo, apostrofata come una sorta di caccia alle streghe, strumentalizzando anche a posteriori la dolorosa morte dell’imprenditore Raul Gardini, per suicidio, e dello stesso Craxi in volontario esilio, l’esponente politico più in vista, esposto al fuoco di fila del pool di magistrati, che avevano intenzione di mutare, a colpi di condanne esemplari, i cromosomi malati di una classe politica.

Ricordo che allora i giornali dedicavano non solo molte pagine alla vicenda di Mani Pulite e al suo uomo simbolo, Antonio Di Pietro, ma, per invogliare all’acquisto i lettori, offrivano in omaggio persino brevi manuali, scritti dallo stesso magistrato, in cui egli spiegava, con un linguaggio semplice e diretto, la differenza tra corruzione e concussione.

I settimanali più popolari e persino quelli dedicati al gossip più esasperato contenevano i poster di colui che veniva definito “il nuovo Cincinnato”.

E come dimenticare le “infreddolite cronache” di un provato ma indefesso Paolo Brosio, forse il giornalista più temerariamente epico di quella stagione, legato alla propria missione informativa come una sentinella consegnata alla sua garitta, praticamente accampato davanti al Palazzo di Giustizia di Milano ed incalzato da un perentorio ed implacabile Emilio Fede, naturalmente bramoso di notizie fresche, come tutti i direttori di testate giornalistiche d’allora.

Anche Brosio entrò nell’immaginario collettivo, proprio come il personaggio di un presepe, come un anello di corallo in una collana di eventi scanditi da nuove incriminazioni e interrogatori che sgorgavano, come i salti di una cascatella, l’uno dall’altro, in una sequenza esiziale, apparentemente interminabile, che destava lo sdegno dell’opinione pubblica e, per certi versi, lo rinfocolava ad ogni nuova notizia scioccante.

Molti dei ragazzi di quella generazione si iscrissero a giurisprudenza, sperando di poter cambiare il mondo, proprio come mostravano di voler fare i magistrati del Pool di Milano, quasi drogati dal vento di novità, che faceva respirare loro un’aria nuova e fresca e faceva sorgere nei loro cuori, insieme all’indignazione, un intimo bisogno di pulizia morale.

Erano, in larga parte ancora, giovani cresciuti all’ombra dei classici greci e latini, aspiravano all’areté e alla virtus come ideale di vita, tirati su da professori ben diversi da quello interpretato da Silvio Orlando ne Il portaborse di Luchetti.

Eppure, se si deve essere totalmente sinceri, la faccia smunta e incerta di Cusani, il pallore macilento di tanti politici incalzati dalle domande dei pm del Pool, persino quell’aria di sfida risentita nelle risposte di Craxi lasciavano una sorta di amaro in bocca, a tratti indefinibile.

Due diverse concezioni del mondo si scontravano a quell’epoca: ed una delle due sosteneva, pur nell’incertezza e nel tremore dell’imputato innanzi alla Corte giudicante, che il mondo non sarebbe potuto andare diversamente da come andava e non sarebbe mai mutato.

Fu un’epoca esaltante, a tratti triste, da cui, probabilmente, si trasse non un esempio, come il Pool avrebbe voluto, ma un risultato effimero: che tutto cambiasse nella Seconda Repubblica perché nulla cambiasse davvero.

E nulla, di fatto, cambiò veramente.

Almeno fino alla Legge 190/2012, che io giudico un coraggioso tentativo di mutare, anche se solo in via legislativa, l’approccio della PA nei confronti dei cittadini, nell’ottica della massima trasparenza e della prevenzione della corruzione.

Certo, c’è in agguato il rischio che le soluzioni inventate dalla legge 190/2012 si traducano, in alcuni casi, in un vuoto esercizio burocratico…Ma io credo che da qualche parte e in qualche modo si debba iniziare.

Da questo punto di vista, l’azione delle Prefetture è nevralgica, quali naturali consulenti degli enti locali, nell’ottica della leale collaborazione, e non solo quali dispensatrici di interdittive o di misure straordinarie nei confronti di imprese interessate da fenomeni di penetrazione mafiosa.

Ma, fatto questo doveroso inciso, torniamo a Mani Pulite e al clima d’allora.

A questo proposito, Raffaele Cantone, nel saggio in commento, ha scritto che “i cittadini si assembravano di fronte al palazzo di giustizia di Milano, divenuto il simbolo delle attività investigative, per manifestare la loro vicinanza e solidarietà con i magistrati inquirenti…Per evitare una sollevazione popolare, il governo ritirò in fretta e furia il testo di un decreto legge che depenalizzava il reato di finanziamento illecito ai partiti, dopo che i magistrati del pool milanese si erano dichiarati pubblicamente contrari, minacciando le dimissioni dal loro incarico”.

Ma ha anche notato che l’indignazione inziale della gente si raffreddò e si trasformò addirittura in un atteggiamento di comprensione e giustificazione nei confronti di chi pagava le mazzette, quasi considerato una vittima dell’andazzo generale.

La corruzione si era solo “inabissata”, divenendo sotterranea e meno visibile, proprio come “la mafia silente”, ricostruita nei suoi elementi essenziali dalla recente giurisprudenza della Cassazione.

Cantone ripercorre, come i fotogrammi di un film già visto, gli episodi corruttivi legati al presente: in particolare, le tangenti pagate per gli appalti del grande evento Expo 2015 e ricorda, con un sano senso di realismo, che oggi “molti considerano il furto di un’autovettura un fatto enormemente più grave della tangente pretesa da un burocrate per pilotare un appalto”.

E aggiunge: “In Italia, solo lo 0,6% della popolazione carceraria è composto da colletti bianchi, a fronte di una media europea del 5,6%, per un rapporto da 1 a 10. Né può destare stupore la ridotta percentuale, di cui si è detto prima, dei processi di corruzione rispetto al contenzioso penale complessivo (appena lo 0,5%)”.

Corruzione: un reato senza vittima…Ma sarà poi vero?

I giuristi definiscono la corruzione un reato contratto, un patto tra soggetti che si accordano per ottenere un vantaggio reciproco, apparentemente senza vittima.

Ma la vittima c’è, almeno dal mio punto di vista: ed è il giovane di belle speranze fatto fuori dal raccomandato, l’impresa sana sconfitta da quella che ha saputo così bene mascherare la collusione con la consorteria mafiosa da passare indenne le forche caudine dell’interdittiva, le occasioni perse dal nostro Paese, perché nessun investitore straniero sarebbe disposto a scommettere su territori ipertassati, iperburocratizzati, in cui la corruzione è, ancora una volta, soluzione “più indolore” di una tragica attesa per ottenere un’autorizzazione.

Come sostiene Cantone, non basta l’indignazione, ma la consapevolezza dei suoi effetti negativi.

Egli afferma, infatti, che la corruzione non è un reato solo contro la Pubblica Amministrazione, ossia contro l’interesse pubblico, ma è anche (e soprattutto) un gravissimo delitto contro l’interesse individuale di ognuno di noi, che peggiora in modo sensibile la qualità delle nostre esistenze.

Una parte dell’opinione pubblica, tuttavia, rimane tiepida, nella misura in cui non avverte nessun diretto danno ai propri interessi, alla propria vita quotidiana, quasi che la corruzione fosse un problema di altri.

Ma come trasformare i cittadini in vedette civiche? Può bastare la nuova normativa sul FOIA, o la triste classifica di Transparency International, che ci vede tra i Paesi in cui la corruzione è più fortemente percepita?

Le infiltrazioni mafiose nel Nord del Paese non tracciano un quadro incoraggiante in questo senso.

La corruzione uccide il territorio. Porto Selvaggio e Palermo a confronto

Lascio alle parole del Presidente Caringella il compito di descrivere questo interessante spaccato del saggio, peraltro scritto divinamente.

Trentatré anni, una bellezza semplice, un fiore tra i capelli, voglia di futuro negli occhi puliti.

E’ questa l’immagine trasmessa dalla fotografia più nota di Renata Fonte, l’assessore alla cultura e alla Pubblica istruzione del Comune di Nardò (Lecce), nipote del mazziniano Pantaleo Ingusci, uccisa da due sicari con tre colpi di pistola il 31 marzo 1984, mentre stava rincasando dopo una faticosa seduta del Consiglio comunale. Fu il primo omicidio di mafia nel Salento con vittima una donna. La fine precoce di un politico coraggioso, capace di declinare la politica al femminile in una terra dai forti retaggi culturali maschilisti…

…Testimonianze rivelarono che, qualche giorno prima dell’omicidio, nelle aule comunali un uomo aveva chiesto apertamente a Renata di votare la delibera che autorizzava l’edificazione di 70 ettari di terreno agricolo attigui al cuore di Porto Selvaggio. Ma la Fonte non aveva piegato la testa e aveva pronunciato un altro dei suoi irremovibili no”. L’ultimo…

…E’ grazie al sacrificio di questa donna che Porto Selvaggio oggi non è una cartolina sbiadita dal tempo, ma un parco naturale che offre incanto e meraviglia ai visitatori che abbiano la pazienza di percorrere il sentiero scosceso che s’inoltra nella pineta, per sfociare in una baia in cui i colori del mare non sono mai gli stessi…

…La domenica del 29 dicembre 1959 fu diversa dalle altre per i palermitani residenti nel quartiere Libertà-Croci, che per tutta la notte avevano dovuto lottare contro rumori e polvere. Nel percorrere il solito tragitto per andare a messa i cittadini ebbero la conferma del terribile sospetto che, con l’infittirsi delle tenebre, si era ingigantito nelle loro menti: davanti ai loro occhi apparve lo scenario spettrale di un edificio inghiottito dal nulla. Di Villa Deliella, infatti, restava solo un cumulo di macerie. Nel corso della notte era stata demolita dalle ruspe di incursori che stavano progettando una nuova Palermo ed erano decisi a rimuovere ogni ostacolo alla realizzazione della loro personalissima e criminale idea di bellezza.

Ma Villa Deliella, forse la più radiosa testimonianza del Liberty palermitano, non fu l’unica vittima della furia distruttrice. Tutta l’area “Libertà” fu rasa al suolo dall’avidità di chi aveva approvato varianti al piano regolatore tese a incrementare a dismisura le volumetrie edificabili. Una corsa contro il tempo, quella dei nuovi vandali, necessaria per eludere il vincolo di salvaguardia che il successivo 31 dicembre sarebbe scattato a tutela delle opere pregevoli. Quelle ruspe demolirono un’idea di città, il perno edilizio attorno a cui ruotava la vita di una borghesia affascinata da uno stile architettonico che combinava cifre neoclassiche, ardite soluzioni Art Nouveau e un sicilianissimo profumo Liberty…

…L’aspetto negativo della speculazione immobiliare non consiste soltanto nella distruzione della città e nell’aspetto caotico che essa assume, ma anche nella distruzione di una cultura a vantaggio di un’altra in cui l’uomo non trova più posto”.

A Palermo, città meravigliosa e contraddittoria, come ricorda Caringella, mancò una Renata Fonte.

Tuttavia…, beato quel Paese che non ha bisogno di eroi.

Le tematiche trattate

Sarebbe divertente, ma ingeneroso indugiare nell’approfondita disamina del saggio, perché ogni commento, per quanto appassionato, ne rivelerebbe una parte, togliendo al lettore il piacere della scoperta.

Una buona recensione deve stimolare la lettura, non precluderla, svelando troppo.

“La corruzione spuzza” ripercorre altre vicende simili a quelle sopra tratteggiate, in particolare quelle relative all’ecomostro costituito dall’hotel Fuenti, costruito nei pressi di Vietri, sulla costiera amalfitana, in totale spregio di ogni vincolo paesaggistico, alla cementificazione della Valle dei Templi, al disastro del Vajont, alla Terra dei Fuochi, alla tragedia ancora troppo recente di Rigopiano, al terremoto dell’Aquila del 2009, in cui il disastro ambientale diventa “un pretesto” per la proliferazione del malaffare e della corruzione.

Non so se, come afferma Camilleri, Cristo si è fermato a Eboli…per non prendere la Salerno-Reggio Calabria, ma non possiamo imboccare una strada altrettanto “lenta nel suo farsi” per combattere la corruzione e, ancor più, la corruzione intrecciata al metodo mafioso.

Infatti, se esiste una concezione lata di corruzione, allo stesso modo esiste una concezione lata di mafia: non è solo quella tratteggiata dal 416 bis del codice penale, né parimenti solo la mafia silente identificata dai nuovi arresti della Cassazione, ma un abito mentale in base al quale si ritiene, a torto, di non aver diritto ad un futuro migliore per solo merito, essendo necessario mendicarlo quale frutto di una transazione o di un’intermediazione.

Questa mentalità è mafiosa quanto la mafia stessa.

Non bisogna mendicare mai, ma pretendere ciò che ci è dovuto in quanto frutto di sacrificio e in quanto intrinsecamente giusto, specie quando si ritiene di agire secondo coscienza.

E’ con questa luce preziosa, lampada ardente accesa ad illuminare le strade del cuore e quindi del proprio agire, che bisogna attraversare il mondo, con tutte le sue ombre, e bisogna credere con rinnovata forza d’animo e coltivata convinzione che, alla fine, la stessa prevarrà fino a ricacciare nel loro stesso buio le tenebre inconsistenti tracciate dall’illusionista, che gioca con le ombre su un telo illuminato da una luce fioca e falsa.

Chi è l’illusionista?

L’illusionista non è solo colui che briga per ottenere l’appalto illecitamente, ma un intero sistema corruttivo, che vuol fare credere all’onesto di essere praticamente inattaccabile dai presidi legalitari: quindi dalle prefetture, dalla magistratura, dalle forze dell’ordine, dalle Autorità indipendenti e dall’Anac in particolare.

Perché ingenerare l’idea di una presunta inattaccabilità dovrebbe, a sua volta, ingenerare anche la sfiducia del virtuoso nei propri stessi mezzi, scoraggiare le denunce che potrebbe spiccare, indurlo a recedere quando dovrebbe avanzare, a desistere anziché resistere, ad accettare un sistema sostanzialmente mafioso nel senso ampio sopra espresso, per il timore di spendere vane energie nell’altrettanto vacuo tentativo di provarne a sufficienza gli elementi fondativi, persino quelli più evidenti.

L’illusionista è colui che spinge all’omertà, usando le ombre dello scoraggiamento, creando artificialmente, appunto, l’illusione della propria invulnerabilità.

Ma Renata Fonte ci ha insegnato che è meglio morire che desistere, meglio tentare che indietreggiare.

Tuttavia, lo ribadiamo, beato quel Paese che non ha bisogno di eroi.

E aggiungiamo: beato quel Paese, in cui non prosperano gli illusionisti.

La mafia non è solo un’organizzazione mafiosa, ma un abito mentale: se è la stessa vittima ad indossarlo per rassegnazione non può esservi vittoria contro di essa.

Questa è la ragione per la quale il Presidente Cantone ribadisce, in tutti i suoi interventi pubblici, che la sfida contro l’intreccio corruttivo-mafioso è, prima di tutto, culturale.

Un cambio di passo e di mentalità contro i venditori di fumo mefitico, che vincono appalti offrendo servizi qualitativamente scadenti, che costruiscono sulla sabbia e con la sabbia, e che si ritengono tuttavia impunibili, almeno finché le opere pubbliche non crollano dopo qualche anno, a volte dopo pochi giorni, è necessario.

Ci vuole grande forza d’animo per non lasciarsi intimidire.

Il saggio esamina approfonditamente il caso di Mafia Capitale, il nepotismo nelle Università, in cui c’è sempre meno spazio per i capaci e i meritevoli (secondo una brillante metafora di Francesco Gazzoni, noto giurista, che qui volutamente non svelo), e in cui, anche per reazione, cala paurosamente il numero degli iscritti, i casi più eclatanti di malasanità ed è molto ben documentato, con riferimenti e rimandi costanti a sociologi, noti romanzieri, come Calvino, insuperati saggisti e giornalisti, come Piovene, o registi, come Francesco Rosi, che corroborano molte argomentazioni degli autori.

Da questo punto di vista, oltre alle statistiche e alle cifre desunte da fonti autorevoli ed ufficiali, il saggio presenta anche un elevato e non comune spessore culturale.

Personalmente sono convinta che la scrittura di una saggio sia o possa essere, per certi versi, molto “più difficile” della scrittura di un romanzo (non meno onerosa, tuttavia: perché anche un romanzo richiede un impianto solido, un’ambientazione studiata e credibile, uno stile che avvinca), perché, più che in un romanzo, ove soccorre l’immaginazione, se non c’è la giusta “tensione” e il giusto ritmo, un saggio rischia di annoiare paurosamente e di essere chiuso dopo la quarta pagina, se va bene, specie se l’argomento è tecnico.

Credo che “La corruzione spuzza” oltrepassi la barriera della noia e raggiunga la meta dell’alto gradimento.

 

Il coraggio, la viltà e l’azione dello Stato orizzontale

Onestamente non so se si possa pretendere un atto di coraggio da un operaio di un cantiere, gestito da una ditta interessata da penetrazione mafiosa o gestita da soggetti adusi ad utilizzare il metodo corruttivo per imporsi sul mercato.

E questo per una ragione molto semplice: un padre di famiglia non dà da mangiare il coraggio ai propri figli.

Quando si è in condizione di oggettiva debolezza economica, è più facile scendere a compromessi, persino con se stessi.

Qualche benpensante storcerà il naso, ma io penso che questa sia una verità incontrovertibile…

Eppure, qualcuno questo coraggio lo ha avuto. In una ormai lontana puntata di Report un operaio dal volto coperto e dalla voce alterata con mezzi elettronici confessò che per realizzare un impasto cementizio la sabbia veniva usata in maniera esorbitante e scandalosa…, aumentando quindi il rischio di crollo dell’opera pubblica con la stessa ampiamente realizzata.

Credo che la sua coscienza lottasse in quel momento con la necessità di assicurare un tetto, un pasto decente e i servizi essenziali (tipo la scuola con tutti gli oneri che questa comporta) ai propri figli. Ha prevalso il suo senso civico, ma non sappiamo nulla di lui…e neppure se abbia conservato il posto di lavoro dopo quelle rivelazioni, nel caso in cui, per avventura, sia stato riconosciuto dal suo datore di lavoro o se abbia subito gli effetti nefasti di una vile delazione, vile quanto chi conta sull’ “implicita connivenza” di chi non può neppure ribellarsi, se vuole sopravvivere…

Credo che, realisticamente, in alcune circostanze, non si possano pretendere atti di coraggio e di eroismo da parte di chi si trova in condizioni di obiettiva debolezza.

Ecco, dunque, la necessaria prossimità e il doveroso intervento dello Stato orizzontale.

Che cos’è? E’ uno Stato diverso e nuovo?

No.

E’ lo Stato vicino ai cittadini.

E’ il mondo delle Prefetture, un mondo che gravita virtuosamente intorno al Ministero dell’Interno, il più attento alle esigenze dei territori presidiati dai Rappresentanti del Governo nelle Province d’Italia.

I cittadini avranno pure un’idea abbastanza abbozzata della corruzione e, dopo il saggio di Cantone e Caringella, ne sapranno certamente molto di più, ma molti ignorano un fatto importante: in molti casi una Prefettura può salvare l’operaio “in crisi di coscienza”, obbligato a mischiare sabbia e cemento in condizioni di evidente sproporzione, e il suo posto di lavoro, la ditta infiltrata da penetrazione mafiosa e la stessa opera pubblica…

L’art. 32 del d.l. 90/2014, convertito nella l. 114/2014, consente al Presidente dell’Anac di sollecitare i Prefetti ad adottare misure dirette ad incidere sui poteri di amministrazione e di gestione di imprese coinvolte in processi penali per i più gravi reati contro la pubblica amministrazione o nei cui confronti emergano situazioni di anomalia sintomatiche di condotte illecite o criminali.

Il Prefetto del luogo della stazione appaltante, a seconda della gravità del fatto e della sua pervasività, può adottare tre misure tra loro alternative: la rinnovazione degli organi sociali mediante sostituzione dei soli soggetti compromessi, la straordinaria e temporanea gestione dell’impresa limitatamente alla completa esecuzione del contratto d’appalto (con azzeramento di tutti gli organi sociali), oppure circoscrivere le proprie iniziative al sostegno e al monitoraggio dell’impresa (nei casi meno gravi), al fine di garantire da parte della stessa il rispetto dei parametri di legalità.

Si tratta di misure a diversa intensità, con finalità simili all’amministrazione giudiziaria di cui all’art. 34 del Codice antimafia e al commissario giudiziale previsto dal d.lgs. 231/2001.

Detto in termini semplici e comprensibili: il Prefetto può sostituire gli amministratori compromessi da accordi illeciti con funzionari compiacenti o collusi con le mafie, che fanno capo all’impresa tenuta a realizzare un’opera pubblica, e in alcuni casi, quelli più gravi, può addirittura azzerare anche tutti i vertici decisionali dell’impresa soppiantandoli con amministratori da lui individuati in maniera trasparente, ottenendo, in questo modo, un indubbio vantaggio sia riguardo alla corretta esecuzione dell’opera sia con riferimento alla salvaguardia dei livelli occupazionali dell’impresa.

Credo che magistrati, prefetti, questori e forze dell’ordine dovrebbero collaborare ancora più strettamente nella lotta alla corruzione; le strategie sinergiche funzionano più delle azioni isolate.

Basterebbe osservare le dita di una mano: Aristotele sosteneva che l’uso delle cinque dita ha consentito l’evoluzione dell’uomo sulla terra.

A distanza di molti secoli, un Prefetto ha pronunciato parole non dissimili da quelle enucleate dal motto aristotelico: bisogna raccordare le varie anime del Ministero dell’Interno, declinare il principio di leale collaborazione tra Stato centrale e autonomie locali, stringere i legami di collaborazione tra magistratura e prefettura, avvicinando quest’ultima al mondo dei saperi tecnici, incoraggiando un costante e proficuo rapporto della stessa con la società civile, con il mondo della Scuola e dell’Università.

Poche persone ho conosciuto nella mia vita inclusive e aperte mentalmente quanto il Prefetto Carlo Mosca, novello Aristotele in un mondo che troppo spesso serra i pugni contro gli altri, senza tendere le mani…

Cinque sono le dita, una è la mano e ciò consente che le dita stesse collaborino in maniera armonica alla realizzazione del medesimo scopo.

Non si può salvare il mondo da soli.

Il saggio di Cantone e Caringella, in qualche modo, sottintende questo concetto, perché è rivolto al lettore medio, non solo agli specialisti del settore.

Anche per questa ragione “La corruzione spuzza” merita apprezzamento.

E i corrotti e i corruttori possono convertirsi e mutare strada? Potrebbero, forse, dare l’esempio...e testimoniare le ragioni di un cambiamento di prospettiva…e quindi di vita?

Mi sembra di aver capito che il Presidente Cantone probabilmente ritiene che questo non sia possibile, perché persino Papa Francesco li condanna aspramente.

Ma ci sono peccati senza appello?

Nulla è impossibile a Dio e, aggiungo, alla buona volontà dell’uomo di Stato.

Ricordo di aver visto un programma in tv, qualche anno fa, in cui Sergio Cusani, l’imputato più emblematico del processo Enimont, raccontava la sua vicenda personale. Tra i protagonisti di quel processo è quello che ha scontato la condanna più severa. Dall’ottobre 1998 venne affidato ai servizi sociali e lavorava per l’Associazione Liberi.

Attualmente, pare sia impegnato in progetti di recupero di detenuti presso l’Agenzia di solidarietà per il lavoro-Agesol, e di finanza etica, in collaborazione con gli istituti di pena ed ex compagni di detenzione.

Con Sergio Sergio, nel 2000, ha lanciato e organizzato una grande campagna per l’indulto e l’amnistia in occasione del Grande Giubileo del 2000 e per la riforma penitenziaria, con il progetto “Piccolo piano Marshall per le carceri”.

Il 9 luglio del 2009 il Tribunale di sorveglianza di Milano ha dichiarato “riabilitato Sergio Cusani da ogni incapacità ed effetto penale derivanti dalle precedenti condanne”.

Che ne è dell’allievo del famoso agente di borsa Aldo Ravelli?

Le sue capacità finanziarie come sono impiegate oggi e a quali fini?

E che peso può avere la sua testimonianza oggi? Può avere un valore paradigmatico, può essere di monito a qualcuno?

Questo è un Paese che dimentica.

E’ più facile ricordare il male ed è molto difficile perdonare il passato, senza farlo pesare troppo a chi ha già pagato…

Ma chi ha già pagato merita di essere “buttato nel dimenticatoio della storia” o può trovare una nuova occasione per dare un senso nuovo alla sua vita e a quelli che, per vie diverse, rischiano di ripercorrere le traiettorie perverse che portarono lo stesso Cusani ad essere l’imputato più emblematico del processo Enimont?

Credo che le Prefetture potrebbero lavorare anche su questo versante: è una strada nuova, sulla quale riflettere adeguatamente.

Ogni mezzo è buono per raggiungere uno scopo lodevole, purché si rifugga dal machiavellismo, che ha tenuto divisa l’Italia per secoli…

Ci basterebbe coniugare il buon vecchio Aristotele con Platone, l’immortale. Dopo di loro non è stato più inventato e scritto nulla di nuovo.

Il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me di kantiana memoria li compendia entrambi, forse anche inconsciamente.

Ma la nostra coscienza deve rimanere vigile e avvertita, specie dopo aver letto l’appassionante saggio di Raffaele Cantone e Francesco Caringella, non dimenticando quindi mai, come ci ricorda Papa Francesco, che la corruzione spuzza.

 
25 Aprile Liberazione e Vita PDF Stampa E-mail
Scritto da Paola Marino   
Lunedì 25 Aprile 2016 05:52

 

 

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Festa della Liberazione

Dietro il quadro della Madonna, nella mia stanza, troverete un po' di denaro. Prendetelo e fate dire una Messa per me. La mia roba, datela ai poveri del paese. Salutatemi il Parroco ed il Teologo, e dite loro che preghino per me. Voi fatevi coraggio. Non mettetevi in pena per me. Sono in Cielo e pregherò per voi. Termino con mandarvi tanti baci e tanti auguri di buon Natale. Io lo passerò in Cielo. Arrivederci in Paradiso.

Vostro figlio Armando

Viva l'Italia! Viva gli Alpini!

Armando Amprino

Possa il mio grido di "Viva l'Italia libera" sovrastare e smorzare il crepitio dei moschetti che mi daranno la morte; per il bene e per l'avvenire della nostra Patria e della nostra Bandiera, per le quali muoio felice!

Franco Balbis

Addio Mamma, addio Papà, addio Marisa e tutti i miei cari; muoio per l'Italia. Ricordatevi della donna di cui sopra che tanto ho amata. Ci rivedremo nella gloria celeste.

Viva l'Italia libera!

Achille Barilatti

Gianna, figlia mia adorata,

è la prima ed ultima lettera che ti scrivo e scrivo a te per prima, in queste ultime ore, perché so che seguito a vivere in te.

Sarò fucilato all'alba per un ideale, per una fede che tu, mia figlia, un giorno capirai appieno…

Vai sempre a fronte alta per la morte di tuo Padre.

Paolo Braccini

Se vivrete, tocca a voi rifare questa povera Italia che è così bella, che ha un sole così caldo, le mamme così buone e le ragazze così care.

La mia giovinezza è spezzata ma sono sicuro che servirà da esempio.

Sui nostri corpi si farà il grande faro della Libertà.

Giordano Cavestro

Dante in exile

libertà va cercando, ch’è sì cara,/come sa chi per lei vita rifiuta

Ultimo aggiornamento Lunedì 25 Aprile 2016 06:01
 
I valore dei gesti - Giornata della Memoria PDF Stampa E-mail
Scritto da Paola Marino   
Martedì 26 Gennaio 2016 23:10

Il valore dei gesti

Come tramandare ai bambini il ricordo della Shoah

Giornata della Memoria 2016: per non dimenticare ed essere custodi del proprio prossimo

Un sito dedicato al “pianeta della mamme” cerca di spiegare come i genitori dovrebbero tentare di rispondere alle domande dei loro figli sulla Shoah, sensibilizzandoli al culto della memoria, riuscendo a consapevolizzarli, senza traumatizzarli.

***

Sintesi di un articolo di Emanuela Cerri pubblicato sul sito PianetaMamma.it

Giornata della Memoria: come spiegarla ai bambini. Bisogna ricordare, tramandare e raccontare ai bambini la Shoah. Vediamo come si può fare

…La Shoah è … unica. E’ diversa da ogni altro genocidio o strage abbia avuto luogo nella Storia. Perché non è stata mossa solo dall’odio o da interessi politici ed economici. E’ stata la più lucida manifestazione della programmazione della morte. Una macchina di morte, quella nazista, nella quale la “razionalità” dell’orrore era finalizzata alla morte dell’ultimo ebreo d’Europa, e presto, chissà, del mondo. Una macchina di morte che organizzava la morte di migliaia di ebrei romani non nella loro città, ma a migliaia di chilometri di distanza…

Il nazismo, con l’Olocausto, ha riassunto in sé tutte le tipologie di odio nei confronti dell’“altro”, e per questo quella organizzata dal regime di Hitler può essere considerata la “soluzione finale” contro la diversità. C’è chi, per motivi di interesse politico, o perché ancora infettato dall’odio, o perché non in grado di sopportare il peso collettivo della memoria di una tragedia che non riesce a essere compresa e della quale tutti i popoli d’Europa portano la responsabilità, preferisce negare anche di fronte ai documenti e alle testimonianze.

Ma il ricordo può molto. Perché il ricordo è attivo. Porta a farsi domande. A muovere cuore e menti facendole organizzare perché tutto ciò non accada di nuovo. Perché ricordare è un dovere che dobbiamo ai morti e ai vivi. Il "GIORNO DELLA MEMORIA" che viene celebrato ogni 27 gennaio, nella nazione e nelle scuole, serve proprio a non dimenticare le sofferenze di allora, per saper scegliere di evitare nuove sofferenze oggi, ad altri popoli e ad altre persone, in qualsiasi parte del mondo.

Disse Primo Levi a proposito di Anna Frank:


Una singola Anne Frank detta più commozione delle miriadi che soffrirono come lei, la cui immagine è rimasta nell’ombra. Forse è necessario che sia così; se dovessimo e potessimo soffrire le sofferenze di tutti, non potremmo vivere

Si può parlare della Shoah ai bambini? Sotto i sei anni si può ma i concetti spiegati sono troppo difficili per essere compresi, però poi è bene spiegare con parole che loro conoscono, raccontare sotto forma di storia, leggere Anna Frank e primo Levi, far vedere film come "La vita è bella", "Il bambino con il pigiama a righe" o "Shindler's list".

Emanuela Cerri

***

L’articolo della Cerri mi ha colpito perché si preoccupa di sensibilizzare i genitori sulle tecniche comunicative da adottare con i figli, avallando l’idea che i ragazzini possano comprendere lo stridore esistente tra la normalità della loro quotidianità e il suono cupo di una tragedia lontana, che continua a gridare l’ignominia dello sterminio programmato.

Ritengo che ai fanciulli, specie a quelli che pongono più domande, si possa tentare di tramandare la memoria di un orrore, in realtà inesplicabile, con la forza (spesso tacita) dei gesti.

1)Si possono mostrare loro, ad esempio, i disegni realizzati da altre mani fanciulle, che col linguaggio vivido e squillante dell’infanzia, per quanto rubata, infranta e vilipesa, il dramma della Shoah hanno tentato di rappresentarlo, restituendo la valenza liberatoria di un gesto che mentre ritrae si libra oltre l’hic et nunc, mentre descrive e rappresenta la condizione dei deportati, imprigiona sul foglio l’atroce banalità del male dei carnefici, quegli stessi carnefici il cui silenzio stride ancora oggi accanto alla memoria vivida di chi, a distanza di anni, ha avuto il coraggio di parlare, temendo di non essere creduto, così come stride l’annebbiata e assertiva presunzione dei negazionisti.

olocausto dei bambini

Quale attore potrebbe raffigurare questa disperazione, quale regista rendere così inquietanti questi sguardi, quale fotografo riuscirebbe a rappresentare l’indicibile, se non fosse vero?

***

 

Da Il Fatto Quotidiano – sintesi di un articolo di Annalisa Dall’Oca

Giorno della Memoria 2016, “Disegna ciò che vedi”: la testimonianza dal lager attraverso la matita di una bambina

Helga Weissova – Arrivo a Terezin

Helga Weissova

http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2016/01/Helga-Weissova-Nel-cortile-200x200.jpghttp://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2016/01/Helga-Weissova-Rovistare-nellimmondizia-200x200.jpghttp://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2016/01/Helga-Weissova-Il-dormitorio-nelle-baracche-200x200.jpg

http://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2016/01/Helga-Weissova-Il-conteggio-delle-gambe-200x200.jpghttp://st.ilfattoquotidiano.it/wp-content/uploads/2016/01/Helga-Weissova-La-selezione-200x200.jpg

L'OLOCAUSTO 71 ANNI DOPO - In mostra a Lucca i disegni di Helga Weissova, una dei bambini di Auschwitz…

Lei, Helga Weissova è stata una dei bambini di Terezin. Per tre anni visse rinchiusa nel ghetto con la sua famiglia, poi fu fatta salire a forza su un treno merci, direzione Auschwitz…Memorie trasformate in arte che verranno esposte al pubblico in occasione del Giorno della Memoria e del Ricordo 2016.

“Disegna ciò che vedi” disse il padre a Helga, nel 1941. Erano appena stati internati a Terezin, cioè il campo di concentramento di Theresienstadt, definito transitorio perché da lì si veniva smistati altrove: spesso ad Auschwitz, come accadde a Helga, che poi finì anche a Mauthausen. Lei gli aveva portato, di nascosto, il disegno di un pupazzo di neve. Helga, che all’epoca aveva 12 anni, obbedì e disegnò molto: sua madre che contava i capi di biancheria nel cassettone, mentre suo padre annotava le quantità, “perché prima di essere deportati – recita la didascalia al disegno – gli ebrei dovevano consegnare un inventario di tutti i loro averi”. Ancora, l’arrivo a Terezin: “A ogni persona era concesso un bagaglio di 50 chili. Una valigia poteva essere spedita, mentre il resto doveva essere portato a mano”. O il dormitorio nelle baracche: “All’inizio, dovevamo dormire sul pavimento e ogni persona aveva circa un metro quadrato e mezzo a disposizione. Più tardi furono costruiti dei letti a castello a 3 piani”.

E sono quei disegni – il pupazzo di neve, le immagini del campo di concentramento, la morte e i carri funebri – i protagonisti della mostra di Lucca, in programma fino al 6 febbraio. Disegna ciò che vedi presenta in esclusiva le immagini alle quali la piccola Helga ha dato vita nel ghetto di Terezin, dove rimase per ben tre anni. A differenza dei più noti disegni dei bambini di Terezin, però, quelli di Helga sono ritratti della tragica realtà quotidiana del ghetto e, grazie al suo straordinario talento, ne rappresentano ancora oggi un’insostituibile testimonianza documentaria”.

Annalisa Dall’Oca

***

I disegni di Helga parlano, raccontano la verità, sprigionando l’enorme forza rappresentativa racchiusa nella piccola mano, nel pugno innocuo di una bambina, che stringe semplicemente una matita, ma con la sua straordinaria naturalezza espressiva è in grado di sfidare e sconfiggere il silenzio dei carnefici, le menzogne dei negazionisti, in cui risuona l’eco antica di una frase ben nota: “Sono forse il custode di mio fratello?”.

2)Se il primo gesto per consapevolizzare i fanciulli è mostrare loro i disegni di altri fanciulli che hanno tentato di riprodurre il loro dramma personale, che è parte di una tragedia collettiva, quale altro gesto significativo, senza dire troppe parole, potrebbe mai compiere un adulto, al fine di ridurre la portata dolorosa di immagini, che possono comunque avere un impatto emotivo forte sulla psiche e sulla sensibilità di un minore?

Credo che una delle proprietà più spiccate del fanciullo sia quella di saper discernere, persino con più nettezza rispetto agli adulti e con maggior franchezza, ciò che è disarmonico e ingiusto rispetto a ciò che è armonico e retto: i comportamenti che apprendiamo nel corso dell’esistenza contribuiscono a formare la nostra personalità, e persino la nostra percezione della realtà e dei rapporti umani è condizionata da ciò che abbiamo imparato tanto a nostro vantaggio come a nostre spese (non impariamo solo l’alfabeto, l’aritmetica, il modo di convivere o sopravvivere nella società in cui cresciamo, gli usi e i costumi di popoli lontani; a volte, impariamo anche a mentirci, a giustificare l’ingiustificabile, a condannare per convenienza e ad assolvere per la stessa ragione, a rimanere freddi di fronte alle tragedie altrui sul presupposto che è la vita ad averci indurito e che noi non abbiamo nessuna o poca parte nella costruzione dei muri che edificano la nostra indifferenza), ma non c’è nulla di più libero dai filtri con cui, crescendo, schermiamo l’esistenza, dell’animo di un fanciullo: che gioisce delle piccole cose e coglie, spesso con uno sguardo interrogativo e però ricolmo di una inesplicabile consapevolezza, il confine delicatissimo che separa il bene dal male (delicatissimo, perché troppo facile da oltrepassare).

Non citerò uno dei soliti film sull’Olocausto, per avallare la mia tesi, ma un film per la televisione, che si usa mandare in onda sotto le feste natalizie: Il Piccolo Lord (con un superlativo Alec Guinness ed un espressivo e convincente Rick Schroder), tratto dall’omonimo romanzo per ragazzi di Frances Hodgson Burnett.

Il piccolo Cedric Errol scopre all’improvviso di essere il nipote del conte di Dorincourt e il nonno di cotanto nipote reputa opportuno insegnare al fanciullo “il mestiere di conte”, senza omettere proprio nulla: gli illustra i fasti del casato Fauntleroy , gli mostra gli arazzi e i ritratti che magnificano gli antenati, le tenute e le stalle, ma lo introduce anche alle segrete del castello, che racchiudono la stanza delle torture.

Il ragazzino sgrana gli occhi: quegli occhi dicono tutto, esprimono un’inquietudine che va ben oltre il disappunto. Ceddie non riesce ad accettare che la Storia (anche quella della sua famiglia come quella della più ampia famiglia umana) possa raccogliere nelle sue pieghe una simile barbarie. Capisce tutto da bambino, senza filtri, né il nonno lo preavverte o lo prepara: gli mostra la stanza degli orrori, ma poi gli stringe la mano, lo rassicura.

Il Conte di Dorincourt non dice una parola, ma compie un gesto che dice tutto.

Il Piccolo Lord (1980) - Parte II. Vedi a partire dal minuto 09.31

http://www.dailymotion.com/video/x3k0w2l

Si può custodire una mano nella propria, il cuore di un altro nel proprio ed è come custodire il suo stesso destino.

Gli orrori della storia forse possono aiutarci a comprendere che è un imperativo vitale custodire il proprio prossimo con la stessa cura con cui dovremmo custodire noi stessi, anche per amore di chi ci ama: a volte, basta un solo gesto.

 

Ultimo aggiornamento Martedì 26 Gennaio 2016 23:20
 
Buona Pasqua! PDF Stampa E-mail
Scritto da Paola Marino   
Sabato 26 Marzo 2016 16:07

 

Buona Pasqua!

Nella storia del festival le canzoni che riuniscono forte identità tematica, orecchiabilità e legame con la realtà sono in verità pochissime. La prima è indubbiamente "Vola colomba". E' il 1952. Trieste, occupata dalle truppe angloamericane è "territorio libero", "zona A". Non fa ancora parte dell'Italia e le ambizioni della Jugoslavia di Tito sulla città giuliana sono una precisa e minacciosa realtà. Sanremo risponde con la metafora di una struggente storia d'amore cantata da Nilla Pizzi: "Vorrei volar laggiù dov'è il mio amor, che inginocchiata a San Giusto (nota basilica romanica e dedicata al patrono di Trieste, ndr) prega con l'animo mesto, fa’ che il mio amor ritorni presto. Chi è l'amor che deve tornare? Ma l'Italia naturalmente. Come chiarisce il verso: fummo felici uniti e ci han divisi. Messaggio e canzone unirono la nazione e "Vola colomba" vinse.

Mario Luzzatto Fegiz

https://www.youtube.com/watch?v=Zg4cCMdwFSU

Non è semplice esprimere “il senso di appartenenza”, ma le canzoni, spesso più di altre forme di comunicazione, lo sanno fare.

“Vola Colomba” appartiene al novero delle canzoni evocative: come Luzzatto Fegiz ricorda, vinse il Festival di Sanremo, perché gli italiani ne avevano inteso il significato profondo ed è il sentire all’unisono che, in fondo, crea le basi di una Nazione.

In un Europa dilaniata dal terrore fondamentalista, asserragliata ai confini dalle ondate dei migranti, preoccupata di salvare l’unità economica, non meno di quella politica, vi è il rischio che ogni Stato si rinserri nel suo guscio identitario, dimenticandosi della propria appartenenza alla comune casa europea.

La cooperazione tra Stati, specie, in questo periodo, quella tra intelligence e forze di polizia di tutti i Paesi interessati da problematiche drammaticamente comuni, è fondamentale per preservare non solo la sicurezza, ma la stessa identità europea; e tuttavia, questa identità dovrebbe essere “sentita” come tale.

A sancire il senso di appartenenza all’UE non basta l’Inno alla Gioia, che tuttavia, come forse Eco avrebbe pensato e scritto, ha un valore simbolico ed evocativo tale da riuscire a saldare ancora, in momenti estremamente delicati e difficili, “le diverse anime”, ancora non perfettamente combacianti, dell’Europa, che tuttavia si fonda su un nucleo di valori abbastanza omogenei e condivisi.

Il 25 marzo, in una Bruxelles devastata dai recenti attacchi terroristici, davanti al Palazzo della Borsa, si è reso omaggio alle vittime con l’esecuzione del celebre inno beethoveniano.

http://www.ilgiornale.it/video/politica/bruxelles-linno-gioia-contro-terrore-1239443.html

Oltre all’eco delle sue note, rimane delle sue parole, nella mente, l’incipit, che oggi suona quasi come un monito: “Fratelli!”.

Ed è proprio al concetto di fratellanza che Bauman ha fatto riferimento nella parte finale di un’intervista, a cura di Francesca Paci, apparsa su La Stampa del 26 marzo, avente ad oggetto i recenti attentati di Bruxelles.

Alla domanda se fosse preoccupato per la civiltà occidentale, Bauman ha risposto: “La sola ma grave ragione per essere preoccupato è la fortunatamente piccola possibilità che l’Europa abbandoni i suoi valori e si pieghi al codice di comportamento dei terroristi, sarebbe il suicidio della casa della moralità e della bellezza dov’è nata l’idea di libertà, eguaglianza e fratellanza”.

La colomba col ramoscello d’ulivo nel becco è universalmente riconosciuta quale simbolo di pace.

Dalle pagine di Letteraturagiuridica.it ne lanciamo una, ideale, seppur con animo mesto, come nella poesia in musica interpretata dalla Signora Pizzi, augurando ad ogni italiano, al nostro Paese ed all’Europa intera un futuro sereno, nella comune fratellanza.

Ultimo aggiornamento Sabato 26 Marzo 2016 16:13
 
Emergnza in Siria. Un aiuto concreto PDF Stampa E-mail
Scritto da Paola Marino   
Sabato 09 Gennaio 2016 13:29

Emergenza in Siria. Un aiuto concreto

Da La Stampa Mondo

08.01.2016

giordano stabile

INVIATO A MANAMA (BAHREIN)

«Che colpa abbiamo? I miei bambini possono mangiare solo foglie ed erba. Stanno morendo. Portateci armi, portateci angeli. Per misericordia, aiutateci». E’ l’appello disperato che arriva da uno degli abitanti di Madaya, un villaggio siriano sulle montagne vicino al confine con il Libano, sotto assedio da un mese da parte dell’esercito di Damasco. L’uomo parla in uno dei video e delle foto postate da attivisti locali per denunciare la situazione disperata. «La gente sta morendo al rallentatore – è la testimonianza di Louay, un’assistente sociale prigioniera anche lei da un mese -. La gente mangia foglie, fiori fatti crescere nei vasi in casa. Ne ho mangiato un petalo, amarissimo, ma non abbiamo altro».

Dopo un mese di assedio, ieri il governo ha autorizzato il primo convoglio umanitario dell’Onu e del World Food programma. Ma la situazione è ancora terribile. La Mezzaluna Rossa, parla di almeno 40mila persone da assistere, e servono aiuti ingenti: «E’ un’area completamente circondata da montagne coperte di neve – spiegava la portavoce Abeer Etefa -. Finora sole pochissime quantità di cibo potevano arriva da tunnel, ma a dei costi spaventosi».

«Uomini, donne, bambini, tutti, dai venti ai settan’anni, hanno perso almeno quindici chili. Ci sono bambini che sembrano scheletri – racconta Ebrahem Abbas, un ex sergente dell’esercito siriano che ha disertato e si era rifugiato nella cittadina -. Non c’è un bambino che non abbia gli occhi incavati, persi nel vuoto per la fame». Un altro attivista, Sham Abdullah, racconta che i «bambini mangiano zuppe fatte di foglie, erba e acqua».

 

 

“Medici senza frontiere” si sta battendo per portare aiuti, anche di ordine sanitario, agli assediati.

Letteraturagiuridica.it ti invita a sostenere concretamente la loro missione nel mondo.

Questo il link con tutti gli indirizzi utili

http://www.medicisenzafrontiere.it/sostienici/donazioni/tutti-i-modi-per-sostenere

Nella causale del versamento si può specificare che la donazione a Medici senza frontiere riguarda l’emergenza siriana.

Ultimo aggiornamento Sabato 09 Gennaio 2016 13:37
 
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